Maroni Presidente

mercoledì 22 agosto 2012

Twitter e i pensieri notturni

Capita spesso di trovarmi a scrivere le mie riflessioni più profonde di notte, principalmente su Twitter, mentre tra un tweet e l'altro mi leggo qualche notizia dal primo blog che appare in home. Scopro così che la notte è la terra dei pensatori, dei dibattiti tra persone di uno stesso gruppo in twitter e così tra una citazione e un retweet ti trovi in mezzo a una discussione piena di @ e hastags. È bellissimo, in poche parole riesci a esprimere i tuoi pensieri. E così questa notte mi fiondo in questo pensiero: l'Italia è un paese stupendo senza dubbio, hai dei posti inequiparabili e quindi mi domando se davvero, questo bellissimo paese, si meriti una classe dirigente così corrotta. Senza fare i soliti moralismi alla Beppe Grillo, non sono il tipo che dice "tutti i politici sono delle merde, vaffa!". No, non è così. Non tutti i politici sono uguali per fortuna e dalla mia esperienza ho imparato che molti sono quelli che credono davvero nelle loro cause e lottano per raggiungerle in modo onesto. Poi il pensiero va inevitabilmente a questo governo, come si può definire un governo che chiede i soldi a chi non ha più nulla come i terremotati? Come definireste un governo che vuol far ripartire l'economia ma al contempo penalizza e ammazza il motore dell'economia, LE AZIENDE. Come definireste un governo che taglia i soldi a cittadini anziani, che hanno speso la loro vita al servizio del paese e ora si vedono privare dei soldi tanto faticosamente guadagnati?? Sarà che io odio Monti e tutti questi farabutti di tecnici e quindi mi viene molto semplice farmi queste domande. Ma la risposta piacerebbe averla da voi e per piacere, non venite a dirmi che questo governo è colpa dei governi precedenti perchè non ci casco.
Amen.

lunedì 20 agosto 2012

Come aiutare lo sviluppo delle star-up e imprese

Premetto che non sono un ragazzo di economia e quello che sto scrivendo è frutto di letture e raccolte di testi scritti da chi se ne intende più di me di sicuro, tento comunque di semplificare e spiegare a maggior ragione le mie idee. Come chi mi segue su Twitter k Facebook sa, vedo la fuga delle nostre imprese all'estero con grande preoccupazione, soprattutto quando a trasferirsi è una startup di giovani ragazzi, il nostro futuro. Ovviamente, in sé il fatto è positivo per gli imprenditori che l’hanno creata perchè hanno un ritorno economico che nel nostro paese non avrebbero. Ma se guardiamo al sistema Italia sarebbe tragico e ironico se gli sforzi e gli investimenti per lo sviluppo di startup – magari anche pubblici o agevolati dal pubblico – finissero per arricchire, dal punto di vista industriale, solo le industrie straniere che, uniche, acquisiscono le nostre startup. Peraltro, sarebbe altrettanto negativo se queste startup venissero acquisite da aziende italiane che poi non fossero in grado di valorizzarle e farle crescere.

Certo, in Italia mancano aziende di dimensioni medio-grandi che abbiano voglia di scommettere sullo sviluppo di queste nuove realtà. E quindi il problema non può essere solo rilanciato a chi fa startup, né tantomento può divenire una scusa per non promuoverne lo sviluppo. Condivido quello che scrive Luca De Biase: "Dobbiamo coltivare le nostre università, aiutarle ad aiutare i ragazzi a vedere nella creazione di start-up una soluzione desiderabile e praticabile, favorire la filiera delle start-up e sperare che la maturazione delle grandi imprese costrette sempre più a confrontarsi sul mercato internazionale arrivi anche alla comprensione del fatto che acquisire start-up è come fare ricerca, con rischi ridotti e soddisfazioni potenziali aumentate."
Io credo che il tema dello sviluppo delle startup sia il primo ramo del problema e cioè la generazione di nuove imprese ad alto valore innovativo. Ma così come un corpo umano ha bisogno di tanti ingredienti per sopravvivere e crescere, così il problema che il nostro paese si trova ad affrontare ha (almeno) tre problemi che devono essere gestiti.

Il secondo problema è la crescita di dimensioni delle imprese, quelle che già esistono. Il mito del “piccolo è bello” non è la regola, in un mondo globalizzato e ipercompetitivo. Per molti versi penso ci penalizzi perché ci immobilizza in una situazione molto pericolosa. Per competere sui mercati, nazionali ed internazionali, per avere i mezzi economici e umani per investire in innovazione, per reggere ai crescenti problemi e vincoli sul fronte finanziario e bancario, l’impresa ha bisogno di crescere dimensionalmente, capitalizzarsi, irrobustirsi sia dal punto di vista economico che organizzativo. Solo così potrà sopravvivere e affrontare la sfida dei mercati.

Ed è da questa crescita dimensionale e incrementata capacità di investimento che possono nascere le imprese in grado di portare avanti operazioni di mercato a livello globale.

Come fare? Non sono un esperto del tema, ma credo che dovremmo mettere in campo un insieme di norme e strumenti che favoriscano e incentivino la crescita dimensionale. Per esempio, con detassazioni negli investimenti in capitale o altri strumenti fiscali di questo tipo. Ripeto, non è il mio mestiere e non voglio dire sciocchezze, ma so che questi strumenti esistono. Ovviamente, si tratta di fare una scelta politico-economica precisa che può costare. Immagino già quelli che diranno che in questo modo si penalizzano i piccoli a favore dei grandi. Certo, è proprio il risultato che vorrei ottenere: rendere più conveniente mettersi insieme e crescere piuttosto che restare da soli e piccoli.

E questo spunto rimanda al terzo problema, quello culturale e, per l’appunto, politico. Deve esserci la consapevolezza che il tessuto industriale che ci ha caratterizzato per molti decenni non basta. Non voglio negare l’importanza e la flessibilità dei distretti e delle PMI. Ma non possiamo reggere avendo SOLO questo tipo di struttura imprenditoriale. Dobbiamo fare crescere la dimensione media delle nostre imprese, sia dal punto di vista economico-finanziario che da quello organizzativo. Lo dobbiamo capire tutti e insieme ricercare quegli strumenti che senza aggravare la situazione esistente diano linee di sviluppo e prospettiche alle nostre imprese. I politici ne sono consapevoli? E le associazioni di categoria?

Se non cerchiamo di affrontare in modo coerente questi diversi aspetti del problema, faremo degli sforzi anche encomiabili come quelli di tante piccole aziende, ma il nostro paese, il nostro tessuto imprenditoriale cambierà poco o troppo lentamente. E non possiamo più in alcun modo permettercelo. Chiudendo vorrei chiarire la cosa che credo sia meno chiara: io sono a favore delle piccole e medie imprese, mio padre stesso fa parte di questo mondo, quello che auspico è che il livello delle nostre PMI passi ad un livello superiore, perchè ragazzi, li altri stati non ci aspettano.

mercoledì 9 maggio 2012

Riflessioni sulla crisi, operai e casa.

In questo momento sto dando libero sfogo alla mia immaginazione. Lascio scorrere i pensieri e sto pensando come veniva punito nell'antichità il mancato pagamento di una merce, di un cavallo, di una casa, di un gregge. Se il debitore non aveva beni sufficienti a coprire la sua obbligazione molte volte veniva fatto schiavo lui e la sua famiglia o costretto a lavorare per un lungo periodo per il creditore, condannato a lavorare nelle cave ecc.
Nel medioevo la situazione non migliorò per il debitore che non pagava.  Ad esempio, un contadino che non riusciva a far fronte a spese di affitto dei terreni in seguito al mancato raccolto conseguente a siccità ecc, veniva condannato a diventare servo della gleba, ossia in una condizione molto simile alla schiavitù. Per i commercianti di allora le cose non andavano meglio in caso di inadempienza. Chi armava una nave per trasportare spezie, sete o altre merci dall'oriente facendosi anticipare i capitali dai banchieri, rischiava la pena  di morte nel caso in cui la nave naufragasse e non riusciva a far fronte al debito.
Per gli Ebrei invece molte volte succedeva il contrario.  A questo popolo a cui fu proibito di lavorare la terra in quanto ritenuto responsabile dell'uccisione di Gesù Cristo, fu data la possibilità di dedicarsi al commercio, all'esazione delle tasse e al prestare denaro. Queste attività diedero presto ricchezza a questo popolo a cui si rivolgevano i nobili, i re per aver prestiti per finanziare le guerre, costruzioni di opere pubbliche ecc. Molte volte, per non pagare i debiti, i monarchi, inventavano delle campagne diffamatorie contro gli Ebrei che terminavano con uccisioni in massa di questo popolo. A Barcellona furono messi al rogo circa diecimila ebrei, accusati di diffondere il colera, ma sostanzialmente era una scusa per non pagare i grossi debiti che il sovrano di Spagna aveva contratto con i banchieri ebrei.
La situazione del debitore insolvente migliorò negli ultimi 200 anni. Ma chi non pagava veniva messo in prigione con gravi umiliazioni sia per lui che per i suoi familiari, soprattutto se faceva parte della borghesia.  Certamente c'erano dei furbastri, degli avventurieri che fuggivano da uno staterello all'altro, facendo una vita superiore alle loro possibilità.
Ora si ricorre al credito molto più di un tempo. Esso viene erogato facilmente da una banca in relazione al reddito ed ai beni immobili che uno possiede. Le finalità sono per acquisto auto, acquisto elettrodomestici, vacanze immobili ecc. Se un impiegato perde il posto di lavoro e non riesce a pagare il debito non gli succede niente se non ha proprietà immobiliari.
Se invece è proprietario di immobili, la banca può recuperare il suo credito sui beni di cui è titolare il debitore.
Prima della attuale crisi erano stati erogati molti mutui ipotecari per l'acquisto della prima casa, sulla base dei redditi dei richiedenti, costituiti da salari, stipendi, reddito d'impresa ecc. Poteva succedere che qualche mutuatario non fosse più in grado di pagare la rata del mutuo: perché aveva perso il posto di lavoro, o perché in qualità di imprenditore non riusciva più a avere utili dall'impresa ecc. In questo caso, anche se è doloroso il debitore perde la casa, in quanto la banca per recuperare il suo credito vende l'immobile ipotecato.
Attualmente, in piena crisi economica, sono centinaia di migliaia i lavoratori dipendenti che sono stati licenziati, come pure molti imprenditori falliti.
Ora, in questo caso, si è di fronte ad un evento negativo di vaste proporzioni, non dipendente da condizioni particolari dei lavoratori. La disoccupazione è dipesa dalla globalizzazione, dal crack del capitale finanziario, dalle politiche monetarie europee. Io credo che in questo caso per ragioni etiche sarebbe da sospendere il pagamento del mutuo senza dare esecuzione alla vendita della casa. Questo è già stato fatto, ma tale sospensione può protrarsi non oltre un anno. Ma se il perdurare della crisi, della disoccupazione dura parecchi anni, la banca deve per forza recuperare il suo credito tramite la vendita  dell'immobile. Questo è certamente un fatto molto doloroso per i lavoratori. Deve essere terribile vedersi portare via la casa.
Ma allora che si può fare? Bisognerebbe che fosse lo Stato ad intervenire, ma questo è molto difficile da fare sopratutto perché lo Stato non ha i mezzi per farlo. Per il futuro invece, durante il periodo di ripresa, costituirei un grosso fondo per queste emergenze.
Questo è un tema molto delicato, perché le crisi, portando disoccupazione, fanno perdere la casa a molti cittadini. Uno Stato non può dimenticarsi della gente, dei loro gravissimi problemi, perchè il non intervenire potrebbe portare, come abbiamo visto, a suicidi ed anche al terrorismo.
Diciamo che dal dopo-guerra fino alla fine del secolo, le economie sono sempre cresciute. Ci sono state delle crisi di carattere congiunturale che sono durate poco, per cui non abbiamo assistito ad una situazione tragica come oggi.
Questa che stiamo vivendo è una crisi sistemica, che mette in forse non solo il modello di capitalismo Finanziario , ma lo stesso capitalismo. Devono essere fatte forti correzioni alla globalizzazione, ai mercati se si vuole avere uno sviluppo più stabile, altrimenti le continue crisi, porteranno a forme di democrazia autoritaria. I popoli non possono sopportare a lungo stati di incertezza, di disoccupazione, di perdita delle loro abitazioni, dei loro averi un non futuro per la loro vecchia come per i figli. 



Luciano Gatto

martedì 8 maggio 2012

Europa, storia passata ?


Ricordate quando le istituzioni europee erano "la Mecca stage" dei giovani europei?
Ricordate quando si parlava di Costituzione europea?
Ricordate quando la CEE doveva essere il primo passo verso un'unione anche politica?
Ricordate quando pensavamo che un giorno ci saremmo sentiti tutti un po' più europei?
Ricordate quando pensavamo che il nazionalismo avrebbe ceduto alla CE parte del suo orgoglio?
No, ovvio che non ve lo ricordate, non è mai successo e non abbiamo mai creduto davvero che potesse succedere. (almeno per quanto mi riguarda)
Oggi aprendo il giornale me ne rendo conto ancora di più, tutto questo è rimasta un'idea, perché di sogno non si può parlare, visto, che sin dal principio, parlare di Europa ha significato interloquire con chi era contrario all'Europa.
Europeisti ed antieuropeisti.
Nell'ultimo anno assistiamo all'agonia europea senza ammettere che il malato è grave, oserei dire terminale.
L'idea politica di Europa, se mai è esistita aldilà dei manuali di diritto, non è mai stata così lontana dal suo realizzarsi.
I risultati a dir poco agghiaccianti delle ultime elezioni francesi e greche ne sono la prova.
Di fronte al 18,01%  di Marine Le Pen, conquistato al primo turno delle presidenziali francesi, ed al 7% del partito greco "Alba D'oro" di ispirazione neofascista, che per la prima volta fa il suo ingresso in parlamento, il problema europeo c'è e si vede.
C'è la disfatta dei vecchi governi che hanno mal gestito la crisi economica, c'è il rifugio negli estremismi politici, c'è il conforto del nazionalismo.
Una ricetta sicura insomma, per la disfatta della comunità.
Il messaggio ai cittadini è stato: "l'Europa chiede sacrifici nei sacrifici, siete disposti ad accettarli?"
E se è già difficile, in un momento di crisi economica nazionale, accettare sacrifici, figuriamoci se a chiederli è uno strozzino, entità sovranazionale, che non interessa a nessuno ed in cui nessuno si riconosce.
Certo, le ultime elezioni possono essere interpretate come un "voto di protesta" contro "BancaEuropa" che esige l'inesigibile, da cittadini ormai in maggioranza disoccupati e piegati dalle tasse, ma non basta.
Dove è finita quella parte di Europa che voleva colmare il difetto di rappresentanza dei cittadini nelle istituzioni europee?
Dove sono finite le spinte politiche per la creazione di un parlamento europeo che fosse motore legislativo e propositivo?
Perché il rapporto tra politica ed economia si è invertito completamente?
Ma soprattutto mi chiedo, se questa crisi lascerà ancora spazio ad un'idea di Europa politica, visto che ad oggi, abbiamo serie difficoltà a valutare se quella economica resisterà.
Trovo tutto questo terribile, non tanto per la scomparsa dell'Europa in sè, ma per il fatto che quelli che comandano ancora non se ne rendano conto, ostinandosi ad andare avanti e a non ascoltare nessuno, specialmente il popolo, che dovrebbe essere "sovrano".
Di fronte ai nostri occhi si sta verificando un'involuzione di valori, prospettive e speranze di proporzioni inimmaginabili.
Oggi preoccuparsi dell'unità europea è un problema del tutto irrilevante se paragonato alla disoccupazione, ai suicidi ed alla palude della crescita, ma non è che abbiamo perso un'occasione?
Parliamoci chiaro, un parlamento europeo funzionante e valido, che non sia, e nel caso italiano lo è, confino della feccia politica nazionale, sarebbe stato così di intralcio nell'affrontare una crisi comunitaria?
Inoltre, non sarebbe potuto servire nel tempo a non far crescere due Europe, una ad inseguire affannosamente l'altra?
Era chiaro che, essendo la storia della CE così giovane, non si potesse certo pretendere un abbandono dei nazionalismi a favore di un governo sovranazionale, però sono dell'avviso che un lavoro lento ma costruttivo sulle istituzioni sarebbe servito.
La verità è che nessuno si sente cittadino europeo non fosse per gli euro che spende e perché non deve più utilizzare il passaporto, ma basta fare un weekend a Londra per ricordarsi che non è così.
Non so se questa crisi ci farà tornare  ad essere una comunità solo economica e persino meno comunità di prima, so che abbiamo perso tante occasioni da Maastricht ad oggi. Troppe.

mercoledì 2 maggio 2012

Fattori Crisi Europea





La crisi italiana dipende da due eventi, uno antico e l'altro conseguente alla crisi internazionale che si e' abbattuta prima negli StatiUniti America e poi in Europa. 
Quello antico e' strutturale sta nella natura dualistica della nostra economia, un Nord produttivo che può competere con le economie tedesche ed europee. Un sud che vive di modeste attività commerciali ed agricole che non riescono a creare una sufficiente ricchezza e quindi mantiene un adeguato tenore di vita attraverso forti trasferimenti di risorse dal nord. Grazie a questo sono stati creati una miriade di posti pubblici in più rispetto alle esigenze , erogate false pensioni di invalidità  come ammortizzatori sociale e un sottobosco di piccoli imprenditori che vivono grazie alle economie che l'apparato pubblico  crea, vedi Ulss , enti vari pubblici. Inoltre la piaga della mafia, con i suoi ricatti, il suo inserimento nella politica , ha condizionato non poco lo sviluppo e contribuito ad aumentare la corruzione ecc.
Per continuare a mandare al sud ricchezza, lo Stato ha dovuto continuamente tassare , aumentare il debito pubblico , facendo erodere competitività alle  industrie.  Per ristabilirla doveva aumentare la circolazione monetaria con conseguente svalutazione della lira e parziale riduzione del debito. Questo tecnica continuo' fino all'entrata nell'euro.
Io ero contrario all'entrata dell'Italia nella moneta unica, perché la nostra economia non poteva reggere ad armi pari con a Germania non potendo più avere l'arma della svalutazione monetaria. Prima dell' euro, già due volte si aveva ristretto l'oscillazione delle  monete europee entro una banda stretta di cambio e per due volte il nostro Paese era dovuto uscire  per eccesso di svalutazione della lira . La gran parte degli esperti riteneva che entrando nell'euro ed avendo di conseguenza tassi di interesse più bassi, si potesse più facilmente mettere a posto il debito pubblico. 
La cosa non andò così come ben sappiamo. Poi ci fu la crisi Internazionale che ci portò ad avere Monti come premier, il quale è un feroce sostenitore del mercati, dei sistemi finanziari, della politica dell'austerità. 
Il governo Monti, come sappiamo fu accolto con grande entusiasmo, dopo il periodo di Berlusconi. Io, conoscendo  le sue idee in  ambito economico e finanziario ho nutrito seri dubbi che potesse tirarci fuori dalla crisi, almeno che non ricevesse una serie mirata di aiuti da parte della BCE e dalla Merkel.
Per ridurre il debito pubblico ha cominciato subito a tassare: aumento IVA, aumento fiscale benzina, aumento eta' pensionabile, l'introduzione dell' IMU  che e' molto più pesante dell'ICI ed altre misure meno note che comportano sempre ulteriori aumenti dell'imposizione fiscale. Dal lato dello sviluppo ha tentato di fare delle ridicole liberalizzazioni nelle  farmacie e taxi che tra l'altro non sono andate del tutto a buon fine. Poi la tragico commedia di modificare l'art. 18, perché visto come ostacolo allo sviluppo, all'occupazione. Se la flessibilità in uscita  del lavoro doveva essere applicata doveva interessare il settore del pubblico impiego, in cui , soprattutto nel sud , c'è un numero di dipendenti pubblici di gran lunga superiore alle reali necessità. Considerato che eravamo in fase di recessione, ossia  si stavano riducendo le attività economiche con conseguente riduzione del Pil e aumento della disoccupazione,  l'aumento della tassazione ha aggravato la situazione. Le tasse se vanno a colpire le classi che gia' erano in difficoltà, comportano una rinduzione dei consumi , una riduzione degli investimenti e quindi una ulteriore calo del pil, considerato che la produzione di un Paese e' uguale ai consumi + investimenti. Alla fine del ciclo si ha una debito pubblico più elevato , una riduzione del pil, un aumento della disoccupazione.  Dunque, in fase di recessione, anche se il debito pubblico e' grande, non si può ridurlo imponendo una maggior pressione fiscale.
Anche se nessuno ha la soluzione ideale per risolvere il problema, alcune regole fondamentali devono essere osservate. 
Io avrei rimesso  come tassa l' lCI così com'era prima, che e' molto meno onerosa dell'IMU e una grossa patrimoniale sui patrimoni immobiliari superiori ai 2 /3 milioni di euro. Avrei agito sul piano  dello sviluppo in modo di aumentare il pil  e quindi ridurre il rapporto debito pil. Per prima cosa avrei rivisto il patto di stabilita' interna che tiene bloccato crediti pubblici per ca 100 miliardi. Avrei autorizzato i comuni, le province, le ulss più virtuose a pagare le forniture, bloccate anche perdi più di 9 /10 mesi, mettendo così  in movimento l'economia con un risultato di avere un aumento del pil di oltre 0,5% . 
Avrei ridotto ridotto stipendi ai politici e burocrati, ridotto numero parlamentari, eliminato le autoritity che costano milioni di euro e non fanno nessun servizio utile, avrei sostituto con un amministratore unico  i consigli di amministrazione nelle società pubbliche, comunali  eliminato migliaia di enti pubblici inutili , ridotto le missioni all'estero dei nostri soldati che ci costano ca 40 miliardi di euro, negli enti pubblici autorizzato spostamenti da  una funzione all'altra in modo di aver un utilizzo più razionale dei dipendenti, come lo spostamento da enti diversi , come da regione alla ministero di giustizia , non piu duplici e triplici incarichi al funzionari statali con conseguente duplice e triplice stipendio , non più arbitraggi privati  fatti da giudici ecc.  Questi  maggior utilizzo avrebbe comportato più efficienza e meno costi.  Inoltre introdotti dei criteri di spesa  standard, una siringa deve costare un euro sia in Sicilia che a Milano ,  numero di dipendenti tendenzialmente uguali tra comuni provincie e regioni  aventi lo stesso numero di abitanti, accettando differenze solo in base a dati oggettivi. Avrei snellito le procedure dello Stato, enti pubblici, in modo  di rendere lo Stato più moderno più efficiente.
Queste misure le avrei annunciate al parlamento e una volta ottenuta la fiducia, mi sarei operato per portarle in porto  e se c'erano delle resistenze le avrei denunciate. Non avendo chiesto lacrime e sangue ed avendo colpito politici e burocrati penso che questi provvedimenti sarebbero passati a furor di popolo. In caso contrario avrei presentato le dimissioni. In caso del favorevole mandato dei parlamentari alle misure sopra citate, sarei andato in Europa e mi sarei imposto per una politica meno rigida, per un maggior intervento della BCE nel sostenere i debiti pubblici svalutando l'euro per riportarlo vicino ai valori del dollaro. Infatti  alla nascita della moneta europea si pensava di tenerla allineata con la moneta americana. Così, sarebbero ripartite le esportazioni e ridotto il debito debito. E poi, come si può tenere una moneta cosi' alta in piena recessione. Questa e' pura follia che avvantaggia solo a Germania, che sta vivendo sulle sventure degli altri Paesi europei. 
Infatti  l'elevata tassazione che ci soffoca e' dovuta in gran parte per sostenere una moneta che non ci rappresenta più. 
Ora con la possibile vittoria di Hollande in Francia c'è la concreta possibilità che si possa fare una politica, sempre nel rigore , più espansiva. Ma dovevamo proprio aspettare la Francia per poter opporci alla politica restrittiva della Merkel????


Luciano Gatto 

lunedì 23 aprile 2012

Generazione '68 - Tra tecnologia e Politica-


Il primo approccio alla tecnologia è sempre una storia personale.
Mettiamo da parte i neonati che guardano gli Iphone con la stessa voracità del seno della madre e gli adolescenti per i quali il computer è un elettrodomestico al pari della lavatrice.
Io ad esempio, ho avuto un approccio con questo mondo, aggressivo;
Televisione e cartoni animati dalla mattina alla sera (sono ancora innamorato dei cartoni animati:Dragon Ball, Ken Shiro, Naruto, e altri manga, anche se ho quasi 21 anni) e a scuola sapevo sempre di cosa parlare con i bambini e sapevo sempre quale era l'ultima "mossa" da combattimento da fare e quale potere speciale ne batteva un altro, sapevo anche trasformarmi in SUPER SAYAN!!!!.
A seguire: il primo videoregistratore (Super Nintendo), il primo lettore cd (era blu),non ho mai usato Napster, interi pomeriggi su internet dal giorno aver ricevuto la Cresima, quando ricevetti il mio primo computer.
Ecco perché parlo di modo aggressivo.
Fin qui, aldilà della mia vicenda personale, la mia, è la generazione che ha dovuto imparare, la generazione obbligata ad essere moderna, nulla di nuovo insomma.
Eppure chi è che oggi decide del rapporto tra le città e la tecnologia o della informatizzazione della pubblica amministrazione?
Una generazione che con la rete, ha lo stesso rapporto che Federica Pellegrini ha col "free climbing".
Direte voi, non importa, si può sempre imparare.
Ma la mia domanda è, questa generazione ha voglia di imparare?
Taglio corto, no, non ne ha alcuna voglia.
Non mi riferisco agli addetti del settore o chi con mente aperta si è concesso alla tecnologia, parlo invece della massa indistinta dei nostalgici del sessantotto.
Quelli del tabù del "il libro è solo di carta", "noi credevamo davvero di cambiare il mondo", "il computer non è roba mia, già ho un indirizzo di posta (d'altra parte c'è anche il tabù anglofono, email)" .
Non mi aspetterei alcuno sforzo di apertura mentale da questa generazione, se non fosse che è la stessa a riscaldare le poltrone del potere ed è la stessa ad avere in mano le armi del nostro progresso. 
Che questo essere restii alla tecnologia, nasca anche dalla paura di ammettere che "la rivoluzione" non è proprietà solo dei sessantottini e può invece esistere in altre forme? Non è la paura di ammettere che la cultura si possa esprimere oggi, con mezzi differenti dai salotti "buoni"?
In fondo, se ci pensiamo, la vera rivoluzione degli ultimi trent'anni è quella nelle telecomunicazioni, in quanto a politica i fatti parlano da soli.
La verità è che chi all'epoca ha cambiato le cose, e non riconoscerlo sarebbe ugualmente sbagliato, si sente depositario di una cultura e di una pienezza di valori che mai ha pensato di mettere in discussione.
E quindi se la tecnologia è "giochino, passatempo, sfizio", per gli over 50 resterà tale.
Questo spiega il perchè l'Ipad abbia fatto tanto furore in quella fascia d'età lì, un giocattolone che viene incontro ai problemi di presbiopia.
Non siamo tutti uguali, ed è per questo motivo che invece di criticare apprezzo i 50-60 enni che fanno buon uso dei social network, perchè si tratta di gente che ha quantomeno, voglia di conoscere senza tabù, senza paure di risultare ridicola.
L'evoluzione delle telecomunicazioni non è un fatto generazionale è una trasformazione sociale che riguarda tutti, perchè non riguarda "i giochini", ma riguarda la nostra burocrazia, i nuovi modi di tessere rapporti interpersonali e nuove possibilità di aiuto anche per chi ha delle disabilità.
Chi ci governa scrive solo su carta, al computer forse, ma spesso  sotto dettatura.
Si iscrive a twitter credendo di farne un uso pubblicitario se non peggio, comprando dei falsi consensi.
Quando parliamo di rinnovamento politico è ora di farlo tenendo conto anche di questo fondamentale aspetto
La bravura di un politico prescinde dalla questione anagrafica, che porta ad una "caccia alle streghe" qualunquista, se una persona è capace, l'esperienza è solo un valore aggiunto. 
Il fatto è che la capacità di un politico oggi deve essere anche il suo rinnovamento mentale, la capacità di discernere tra cosa conservare del passato e cosa mettere in discussione, abbandonando la pratica dell'arrocco ai valori del sessantotto. E questo anche culturalmente.
Persone, che siano capaci di considerare la tecnologia come parte dell'istruzione, della pubblica amministrazione, che non guardino alla tecnologia come ad una montagna di sapere ostico che non avrà mai lo stesso valore dei bei tempi andati.
Persone che vogliano capire i fenomeni, facendosi magari affiancare da altre più giovani di loro.
Perché, parliamoci chiaro, per quel che ne so io, ormai del 68 ci rimangono solo le kefiah anacronistiche degli studenti nelle occupazioni, mentre i nostri nonni si fanno regalare la televisione "col digitale" per tenersi al passo coi tempi.
Mi domando a questo punto chi siano i veri rivoluzionari.

sabato 21 aprile 2012

Moneta e Signoraggio

Prima di parlare del signoraggio, del quale sono state scritte le cose più fantasiose, vorrei fare una breve storia della moneta.
Fin dall'antichità si passò dal baratto alla moneta, che era una merce, accettata da tutti, che aveva un valore intrinseco, quale oro, argento, rame, fissando così un prezzo a ciascuna merce in base alla moneta. 
Nel medioevo si portava l'oro o l'argento al signore che aveva il potere di battere moneta, perché le coniasse e il compenso che gli era dovuto, per questo il lavoro si chiamava signoraggio. Questo signoraggio non è da confondere con il più noto signoraggio dei giorni nostri.
Coloro che si recavano in un altro stato, avevano bisogno di cambiare la loro moneta con quella locale dai cambiavalute detti anche banchi. 
Le persone facoltose, commercianti ecc, per paura di furti, cominciarono a depositare monete ed oro presso i banchi, ricevendo in cambio delle ricevute attestanti il deposito. Il passo fu breve, da parte dei commercianti e mercanti, di utilizzare questi certificati, per pagare le merci, servizi ecc. In questo modo, erano le carte attestanti il deposito che circolavano da un mercante all'altro con il relativo passaggio di proprietà delle monete, senza che ci fosse in realtà nessun spostamento dell'oro.  
Ben presto si accorsero che gran parte delle monete di oro rimanevano in deposito  senza che nessuno venisse a chiederne la restituzione e così venne l'idea di prestare una parte cospicua del capitale, lasciando una piccola riserva per eventuali richieste di prelevamento delle monete od oro. Sorsero così le banche moderne. I prestiti  concessi erano rappresentati da certificati che attestavano che all'affidato era stato concesso un credito di un certo ammontare e che il controvalore in oro o monete  era depositato presso il banchiere.  
Con l'affermarsi degli stati nazione verso il '700, il sistema costituito da monete metalliche (anche se poteva contare sui certificati di deposito sopra citati) non era in grado di assicurare un adeguato controllo monetario e un veloce scambio di beni e servizi. Facendo un ulteriore passo avanti, si emise carta moneta convertibile richiesta in oro e quindi garantita dall'oro depositato negli enti di emissione. Questi enti erano chiamati banche di emissione che fornivano questo servizio per conto dello Stato. Questa circolazione garantita dall'oro era stato un sistema valido fino alla metà del 1800. A partire dal 1900 non era più idoneo ad assicurare un adeguato supporto alle moderne economie in quanto la quantità di moneta che si poteva emettere dipendeva dalla quantità di oro che la banca di emissione deteneva. 
Nel 1944,  con l'accordo di Bretton Woods, si  svincolò la moneta dall'oro, vale a dire che gli Stati, attraverso le banche centrali, potevano emettere una massa monetaria pari alla loro potenza economico finanziaria. Più una nazione era ricca, dinamica negli scambi, potente economicamente, più moneta poteva emettere e il controvalore era costituito da una specie di rendita che poteva essere utilizzata per costruire infrastrutture, dare sussidi, ecc,  ossia avere una possibilità di spesa aggiuntiva oltre a quella che veniva finanziata dalle tasse e dal debito pubblico verso terzi. Questa rendita che gli Stati hanno si chiama signoraggio.
Sul signoraggio si sono scritte cose fantasiose, come il dire che sarebbe la banca centrale ad avere tale rendita, e precisamente che il guadagno della banca di emissione sarebbe uguale alla differenza tra il valore formale della moneta emessa e il costo dello stampaggio della carta moneta. Se valesse questa teoria io direi che il guadagno sarebbe maggiore, perché gran parte della moneta emessa è elettronica, ossia un accredito via internet. 
Questo equivoco nasce dal fatto che quasi tutte le banche centrali sono private ed il loro modo di emettere moneta può creare confusione.  Qui di seguito cercherò di spiegar come avviene l'espansione monetaria. Il tesoro emette certificati di credito che le banche ordinarie acquistano, il tesoro incassa dalle banche ordinarie il controvalore dei titoli, la banca centrale emetterà una quantità di moneta pari ai titoli emessi dallo Stato costituendo una contropartita attiva di cassa di pari importo. Con questa contropartita attiva di cassa accrediterà le banche ordinarie per acquistare i buoni del tesoro. Nel conto patrimoniale della banca centrale alla fine si avrà tra il suo attivo l'importo dei titoli acquistati e nel passivo la quantità di moneta emessa. Alla scadenza i titoli saranno rivenduti al tesoro il quale accrediterà la somma alla banca centrale e tale attivo di cassa andrà a compensare il passivo dell'emissione monetaria, comportando una riduzione della massa monetaria. Tuttavia, per mantenere inalterata la massa monetaria, come sempre accade, il tesoro emetterà una nuova trance di titoli. E' proprio questo giro vizioso che farebbe confondere le idee sul signoraggio e precisamente perché alla scadenza dei titoli, la banca di emissione riceve dal tesoro il controvalore dei titoli. Ma se analizziamo il bilancio vediamo che nulla va alla banca centrale, tranne l'interesse sui titoli, destinato a pagare i costi per la gestione della massa monetaria, l'attività di controllo sul credito ecc. Se c'è qualcosa da discutere sono proprio gli elevati costi della gestione e precisamente la parte che riguarda il costo del personale, super pagato e con privilegi inaccettabili.
Questo mio accanimento nel descrivere le procedure contabili è stato dettato dal fatto di voler far capire che questo signoraggio non va alla banca centrale come sembrerebbe se non si analizzano attentamente i passaggi contabili. 
Detto questo molti si chiederanno che differenza fa per lo Stato emettere titoli per finanziarsi senza o con l'intervento della banca di emissione se alla fine deve comunque rimborsarli? La differenza c'è perché con l'intervento della banca centrale lo Stato addebita a sé stesso il debito quando aumenta la massa monetaria ed è semplicemente un fatto formale se c'è il riaccredito alla banca perché sono stati emessi dei titoli con scadenza che saranno rinnovati automaticamente. Invece senza interventi della banca di emissione i titoli di debito pubblico sono dei veri debiti che il tesoro ha verso i cittadini, banche ordinarie e che alla scadenza dei titoli deve rimborsare realmente. Per mettere fine a questa inutile polemica, trasformerei i titoli acquistati dalla banca centrale in titoli non rimborsabili, invece di fare dei falsi riaccrediti e delle false emissioni monetarie.
Se l'enorme massa del debito pubblico italiano fosse detenuto dalla BCE, non ci sarebbe nessun problema per la sostenibilità del debito e il rischio di default. Ma questo non è possibile perché una tale massa di debito avrebbe dovuto essere controbilanciata con un analogo aumento della massa monetaria con conseguenze  svalutazione dell'euro, sull'inflazione, ecc. In questo articolo non toccherò questo problema, perché è complesso e delicatissimo. Sta proprio qui la disputa tra gli Stati in difficoltà e la Germania.
Comunque io sarei dell'avviso, confortato dal parere dei più grandi premio Nobel  dell'economia, di coprire una parte del debito pubblico con emissione monetaria fino al punto di portare l'euro a parità con il dollaro (in effetti i fondatori dell'euro prevedevano una sostanziale parità tra le due monete, ma questo non è avvenuto per l'ostilità della Germania) mettendo fine alla speculazione finanziaria e non sottoponendo gli stati deboli a sacrifici che comporteranno solo l'aggravarsi  della crisi e il possibile default. Comunque, queste misure di riduzione del debito pubblico, dovrebbero essere seguite da graduali riduzioni della spesa pubblica, una miglior efficienza della macchina statale unitamente ad un aumento della produttività del sistema paese. 
Il Giappone, gli Stati Uniti, hanno deficit pubblici maggiori dei Paesi europei, eppure non c'è nessuna speculazione sui loro titoli di Stato, perché nessun speculatore vincerebbe contro il fuoco di sbarramento delle loro banche centrali. I grandi enti finanziari per quante risorse abbiano, non potrebbero competere con le banche centrali. 
Comunque se non cambierà la politica economica della BCE andremo senz'altro alla fine dell'euro, perché i sacrifici imposti ai cittadini in termini di tasse, oltre che portare a riduzioni del welfare, comporteranno disoccupazione, cali continui del pil. In definitiva un aumento del rapporto debito pil. Comunque è pazzia allo stato puro avere una fortissima recessione nell'euro zona ed avere un euro superiore al dollaro di circa il 40%.
A Bretton Woods nel 1944, oltre che sancire la fine della convertibilità delle monete in oro, venne stabilito che il dollaro sarebbe diventata la moneta di riserva per i pagamenti internazionali e di conseguenza sarebbe stata l'unica valuta convertibile in oro. Questo fatto, tuttavia non obbligava gli Stati ad adoperare necessariamente la moneta americana per regolare le transazioni internazionali. Il colpo grosso lo fecero gli Stati Uniti quando riuscirono ad imporre agli Arabi ed ad altri produttori di petrolio di servizi solo del dollaro per regolare i pagamenti del greggio. Da questo momento gli Stati Uniti diventarono una superpotenza globale, perché per far fronte alle enormi richiesta di dollari necessari a regolarizzare i pagamenti del greggio la Federale Reserve doveva aumentare di pari importo la moneta in circolazione, dando così la possibilità a questa nazione di indebitarsi a spese degli altri stati (super potere di signoraggio del dollaro).
In poche parole gli Stati Uniti potevano finanziare opere pubbliche, armamenti, ricerca grazie al controvalore dell'emissione dei petrodollari. 
Nel 1971 poi si sancì che anche il dollaro non sarebbe più stato convertibile in oro, poiché la quantità di moneta che questa nazione aveva emesso, senza aumentare le riserve auree, aveva reso il dollaro quasi privo del controvalore in oro. 
Non tutti sanno che l'Iraq è stato invaso la seconda volta con la caduta del regime, perché il dittatore Saddam Hussein aveva tentato di farsi pagare il petrolio in euro e non in dollari. Se la cosa poi si fosse allargata al resto dei Paesi produttori, la potenza degli Stati Uniti sarebbe stata ridimensionata.
Da quanto detto si capisce che la capacità di uno Stato di emettere moneta e gestirla  è fondamentale da cui possono dipendere i destini di un popolo.