Maroni Presidente

lunedì 20 agosto 2012

Come aiutare lo sviluppo delle star-up e imprese

Premetto che non sono un ragazzo di economia e quello che sto scrivendo è frutto di letture e raccolte di testi scritti da chi se ne intende più di me di sicuro, tento comunque di semplificare e spiegare a maggior ragione le mie idee. Come chi mi segue su Twitter k Facebook sa, vedo la fuga delle nostre imprese all'estero con grande preoccupazione, soprattutto quando a trasferirsi è una startup di giovani ragazzi, il nostro futuro. Ovviamente, in sé il fatto è positivo per gli imprenditori che l’hanno creata perchè hanno un ritorno economico che nel nostro paese non avrebbero. Ma se guardiamo al sistema Italia sarebbe tragico e ironico se gli sforzi e gli investimenti per lo sviluppo di startup – magari anche pubblici o agevolati dal pubblico – finissero per arricchire, dal punto di vista industriale, solo le industrie straniere che, uniche, acquisiscono le nostre startup. Peraltro, sarebbe altrettanto negativo se queste startup venissero acquisite da aziende italiane che poi non fossero in grado di valorizzarle e farle crescere.

Certo, in Italia mancano aziende di dimensioni medio-grandi che abbiano voglia di scommettere sullo sviluppo di queste nuove realtà. E quindi il problema non può essere solo rilanciato a chi fa startup, né tantomento può divenire una scusa per non promuoverne lo sviluppo. Condivido quello che scrive Luca De Biase: "Dobbiamo coltivare le nostre università, aiutarle ad aiutare i ragazzi a vedere nella creazione di start-up una soluzione desiderabile e praticabile, favorire la filiera delle start-up e sperare che la maturazione delle grandi imprese costrette sempre più a confrontarsi sul mercato internazionale arrivi anche alla comprensione del fatto che acquisire start-up è come fare ricerca, con rischi ridotti e soddisfazioni potenziali aumentate."
Io credo che il tema dello sviluppo delle startup sia il primo ramo del problema e cioè la generazione di nuove imprese ad alto valore innovativo. Ma così come un corpo umano ha bisogno di tanti ingredienti per sopravvivere e crescere, così il problema che il nostro paese si trova ad affrontare ha (almeno) tre problemi che devono essere gestiti.

Il secondo problema è la crescita di dimensioni delle imprese, quelle che già esistono. Il mito del “piccolo è bello” non è la regola, in un mondo globalizzato e ipercompetitivo. Per molti versi penso ci penalizzi perché ci immobilizza in una situazione molto pericolosa. Per competere sui mercati, nazionali ed internazionali, per avere i mezzi economici e umani per investire in innovazione, per reggere ai crescenti problemi e vincoli sul fronte finanziario e bancario, l’impresa ha bisogno di crescere dimensionalmente, capitalizzarsi, irrobustirsi sia dal punto di vista economico che organizzativo. Solo così potrà sopravvivere e affrontare la sfida dei mercati.

Ed è da questa crescita dimensionale e incrementata capacità di investimento che possono nascere le imprese in grado di portare avanti operazioni di mercato a livello globale.

Come fare? Non sono un esperto del tema, ma credo che dovremmo mettere in campo un insieme di norme e strumenti che favoriscano e incentivino la crescita dimensionale. Per esempio, con detassazioni negli investimenti in capitale o altri strumenti fiscali di questo tipo. Ripeto, non è il mio mestiere e non voglio dire sciocchezze, ma so che questi strumenti esistono. Ovviamente, si tratta di fare una scelta politico-economica precisa che può costare. Immagino già quelli che diranno che in questo modo si penalizzano i piccoli a favore dei grandi. Certo, è proprio il risultato che vorrei ottenere: rendere più conveniente mettersi insieme e crescere piuttosto che restare da soli e piccoli.

E questo spunto rimanda al terzo problema, quello culturale e, per l’appunto, politico. Deve esserci la consapevolezza che il tessuto industriale che ci ha caratterizzato per molti decenni non basta. Non voglio negare l’importanza e la flessibilità dei distretti e delle PMI. Ma non possiamo reggere avendo SOLO questo tipo di struttura imprenditoriale. Dobbiamo fare crescere la dimensione media delle nostre imprese, sia dal punto di vista economico-finanziario che da quello organizzativo. Lo dobbiamo capire tutti e insieme ricercare quegli strumenti che senza aggravare la situazione esistente diano linee di sviluppo e prospettiche alle nostre imprese. I politici ne sono consapevoli? E le associazioni di categoria?

Se non cerchiamo di affrontare in modo coerente questi diversi aspetti del problema, faremo degli sforzi anche encomiabili come quelli di tante piccole aziende, ma il nostro paese, il nostro tessuto imprenditoriale cambierà poco o troppo lentamente. E non possiamo più in alcun modo permettercelo. Chiudendo vorrei chiarire la cosa che credo sia meno chiara: io sono a favore delle piccole e medie imprese, mio padre stesso fa parte di questo mondo, quello che auspico è che il livello delle nostre PMI passi ad un livello superiore, perchè ragazzi, li altri stati non ci aspettano.

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